Qualche giorno fa, leggendo un libro che solo incidentalmente lo menzionava una volta, mi si è sbloccato un ricordo, come ormai sempre più spesso si usa dire quando degli oggetti riemergono da una memoria che sembrava morta e sepolta. Il ricordo di una figura che stava a metà tra l’arte popolare, l’intrattenimento e i mezzi di informazione, come si chiamerebbero oggi. Una figura che, per la verità, era già moribonda all’epoca in cui l’ho conosciuta io, a causa del cinema e della televisione che si stavano diffondendo velocemente e capillarmente, Sto parlando dei primi anni ‘60 durante i quali io ero ancora in età prescolare. Infatti ho vissuto la mia infanzia in un paesino delle montagne siciliane dove la sala cinematografica era stata aperta da poco e il televisore si trovava solo nei bar e nella casa di poche famiglie agiate.
La figura a cui sto pensando è quella del “cantastorie”. Sono perfettamente consapevole del fatto che ai più questa parola sarà assolutamente sconosciuta, figuriamoci sapere di che cosa si trattava.
Prima di tutto quello del cantastorie era un mestiere, oltre che un servizio sociale, fenomeno culturale e forma d’arte che aveva illustri predecessori negli “aedi” greci, nei giullari, menestrelli, trovatori e bardi. Insomma il cantastorie era un artista di strada a tutti gli effetti un po’ imparentato anche con gli artisti circensi ed i saltimbanchi. L’attività del cantastorie consisteva nel girare per le piazze dei villaggi, narrando con il canto o con degli stornelli in rima una storia che poteva essere antica, di carattere mitologico, riferita alle gesta dei paladini di Francia o ad avvenimenti di cronaca contemporanea. Nel suo racconto si accompagnava con la chitarra o, più raramente con la fisarmonica e si aiutava con un pannello dipinto e diviso in riquadri simili alle vignette di un fumetto. Che cosa ci guadagnava in tutto questo? In molti avranno già immaginato che alla fine della “cantata” girava tra la folla di spettatori con il classico piattino a raccogliere offerte. In alcuni casi vendeva dei volantini dove era riassunta la storia che aveva raccontato.
Nel mio ricordo di bambino rivedo questa sorta di avventuriero che arrivava in paese quasi sempre alla guida di una seicento multipla scaricava il suo armamentario e riempiva il paese con questo canto, spesso in dialetto, facendo accorrere persone da ogni angolo.
Intendiamoci, io non sono un nostalgico del "si stava meglio quando si stava peggio". Il mio è solo un ricordo di una persona che invecchia e che, a malincuore, vede il suo mondo lentamente morire. Un mondo che presto o tardi porterà con se tutti quelli che lo hanno vissuto.
Nella foto Ciccio Busacca, uno dei maggiori, se non il maggiore cantastorie del secolo scorso.
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