mercoledì 12 agosto 2026
I pericoli delle eclissi!
mercoledì 29 luglio 2026
Ulisse
Affranto da squallide, vili battaglie,
stremato si arena al dolce riposo.
Nei flutti disperse sudate medaglie,
dal sale e dal vento il respiro corroso.
Calypso, hai raccolto confuso e morente
per sbagli consueti un naufrago perso
offrendo attenzioni, carezze abilmente
ed ogni rammarico nell’oblio sommerso,
ma non ha ragione un’unione imperfetta.
A casa stupenda Penelope aspetta.
La scultura è di Andrea Salvatori
sabato 25 luglio 2026
giovedì 16 luglio 2026
Non importa
Non importa se c’è il sole,
se piove,
se fa freddo,
se fa caldo,
Se fa buio,
se la foglia secca resta attaccata al ramo,
se il miele cola fuori dal barattolo,
se il pavone fa la sua ruota,
se la polvere si posa,
se la cera si scioglie,
se non ricordo più,
se il tempo passa,
se non capisco.
Non importa.
martedì 7 luglio 2026
Letteratura al chilo
So benissimo di essere un tipo strano. Stiamo attraversando un periodo storico afflitto da guerre , genocidi e cambiamenti climatici ed i “social media” pullulano di post (il più delle volte ripetuti, perché basta un click per ripostare qualcosa che qualcuno, a volte non identificato, ha già scritto e sentirsi cosi in pace con la coscienza) che si scagliano contro queste calamità, ma io, sono molto più preoccupato per quello che sta succedendo all’arte ed in particolare alla letteratura, diventata anch’essa, ormai da qualche decennio, preda indifesa del consumismo imperante. Forse i più giovani non avranno fatto caso alla tendenza, più o meno dalla fine degli anni ‘70 del secolo scorso, alla pubblicazione di libri di narrativa di lunghezza sempre crescente. Fino ad allora infatti, se si escludono alcuni sporadici casi come come “Delitto e castigo”, “Alla ricerca del tempo perduto”, “Guerra e pace” o altri pochi, simili, La lunghezza di un romanzo era intorno alle duecento pagine e spesso anche meno. Sto parlando di romanzi scritti da autori assolutamente geniali e che rimarranno nella storia. Giusto per citarne qualcuno, Dostoevskij, Calvino, Pirandello, Pavese, Buzzati, ma la lista sarebbe ovviamente molto più lunga. Gli autori di oggi, purtroppo meno illustri di quelli menzionati prima, pubblicano libi di non meno di quattrocento pagine ed anche qui potrei fare un elenco, ma preferisco astenermi.
Perché
avviene questo?
Io mi sono fatto un’idea personale:
Secondo me oggi, più che in altre epoche, la letteratura è diventata un oggetto di consumo, alla stregua di una confezione di latte o della mia schiuma da barba ed i libri vengono venduti un tanto al chilo. Gli editori, che secondo le statistiche rese pubbliche da AIE, ISTAT e testate specializzate di settore, ricavano un utile intorno al 10% del prezzo di copertina, fortemente determinato dal numero di pagine del libro, hanno tutto l’interesse a spingere gli autori a produrre opere di notevole lunghezza. Mi spiego meglio: La casa editrice guadagna di più pubblicando un romanzo di cinquecento pagine piuttosto che pubblicandone uno di cento.
Il problema è che non tutti gli scrittori sono Tolstòj o Proust e quindi non sono capaci di riempire di significato tutte quelle pagine, trasformando così, molto spesso, la loro opera in un esercizio manieristico, che se fatto bene può procurare piacere al lettore nel momento in cui vene letto, ma che alla fine non lascia niente di duraturo.
È arte questa ?
Non ne sono sicuro
A onor del vero, devo dire che esistono delle case editrici che non nomino per non fare torto a nessuno, che pubblicano libri chiamiamoli più brevi, badando maggiormente ai contenuti, ma ormai il danno è fatto : la maggioranza dei lettori (e sono pochi) ha metabolizzato il fatto che più un libro è grosso, tanto è migliore.
domenica 14 giugno 2026
Ti ho cercata
Sono stato al grande sabba delle streghe
e ti ho cercata.,
Ho visto le tue mani salutarmi da lontano,
Le tue gambe agili corrermi incontro,
La tua bocca sorridermi ancora,
i tuoi capelli garrire al vento,
i tuoi occhi guardarmi,
ma tu non c'eri.
giovedì 28 maggio 2026
Rendersi conto
Rendersi conto è bello ed è brutto,
è tornare liberi apprezzando la prigione.
Non tutto quello che risplende è oro,
ma a me piace la luce non il valore.
Il luccichio che attira i marinai
e accende il desiderio d’avventura.
Un cassetto pieno di orologi rotti
segna il mio tempo di cose distrutte.
Ciò che perdiamo non è mai stato nostro.
martedì 19 maggio 2026
Spider
Capelli biondi baciati dal sole,
seta dorata strigliata dal vento.
Grida il motore, copre le parole
inseguendo un sogno mai redento.
Di fianco immagini sfilano veloci
come meteore scagliate dal centro.
La strada le ruote divorano feroci,
Voglia di libertà mi esplode dentro.
lunedì 11 maggio 2026
Porte
Ingressi a mondi che non ci appartengono
Sono le porte.
Sconsiderati slanci d’interesse trattengono,
di voglie contorte.
Mostrano un poco di ciò che nascondono,
rivelano indizi,
ma alle domande suscitate non rispondono.
Schermi fittizi,
decise tagliano le briglie all’immaginazione
del luogo celato,
diventano, per nostra natura alla valutazione,
simbolo di stato.
sabato 9 maggio 2026
Chiamiamo le cose con il loro nome
Come sempre, quando si parla di certi argomenti si corre il rischio di essere fraintesi e già mi aspetto che qualcuno monti su tutte le furie rivendicando l’apertura a chissà quali nuovi orizzonti o assurga a promotore del made in Italy, in realtà io penso che i nomi e le parole in generale abbiano la loro importanza e che debbano essere usati in modo appropriato. Mi sto riferendo al “Giro d’Italia”, la più prestigiosa corsa ciclistica a tappe italiana che, a mio parere, per troppi anni è partita da una località all’estero. Mi chiedo che senso abbia. A questo punto, perché non fare partire il Giro di Lombardia da Caltanissetta? O perché non organizzare un’edizione della Milano-Sanremo che passi da Udine? Intendiamoci, io non ho niente contro gli eventi sportivi che coinvolgano più paesi, ma semplicemente diamo loro un nome coerente. Io credo che dovremmo tornare ad usare le parole con il significato che hanno, dando fine ad una tendenza che purtroppo si verifica anche al di fuori dello sport e che giorno dopo giorno ci sta facendo dimenticare il senso di quello che facciamo.
lunedì 4 maggio 2026
Panni stesi
Rubano al sole un po’ di calore
appesi a un filo sbattuti dal vento
colorati momenti di giorni passati
perdendo lacrime senza rimpianti.
Fuori dalla finestra quasi scordate,
consuete vergogne mostrate a tutti,
dignitose immagini, ciclici richiami
di
una vita che continua nonostante.
giovedì 23 aprile 2026
Come sempre
Come sempre desiderata arrivi
simile all’ombra in solivo deserto.
Cauta, silente, inevitabile notte
lasci sgocciolare quello che è stato,
e porti un mare di parole impazienti.
Stregato mi perdo nei loro racconti
inesperto, dissoluto amante sedotto,
godo stremato del magnifico abbaglio
di riprodurre ciò che non sarà compreso.
giovedì 16 aprile 2026
Giorni
lunedì 30 marzo 2026
Non si infrangono di colpo
Non s’infrangono di colpo come un’anfora di miele,
ci abbandonano pian piano scortandoci bugiardi
ondeggiando ad ogni soffio pari a scarne ragnatele.
Ci accorgiamo lentamente quando poi si è fatto tardi
e il vigore di una volta si trasforma in sfinitezza.
Silenziosi e indifferenti vanno, senza salutare,
ma non lasciano rimpianti, solo livida amarezza.
Sono i sogni degli illusi che non sanno rinunciare.
sabato 21 marzo 2026
Chissà?
Chissà se un cane si commuove
al cospetto di un tramonto?
Chissà se il cuore di un gatto
sussulta di fronte al mare?
Chissà se un cavallo trema
alla vista delle bianche nuvole?
Chissà se una pecora trasale
sovrastata dal cielo stellato?
Chissà se lo stormire del vento
turba il bue impassibile?
Chissà se esiste un animale
presuntuoso quanto l’uomo?
La foto è di Laura Poggi
giovedì 19 marzo 2026
Notte
Un cielo solitario
si veste di nero,
il senso delle cose
precipita lontano.
Pagine senza tempo,
ricolme di speranza,
si perdono nel vuoto.
E l’orizzonte scorre
apatico e indifferente
a guardia silenziosa
di una quiete perenne.
mercoledì 11 marzo 2026
Indimenticabile
In fondo non ho che te,
come qualcosa che non può sparire.
Quello che sono è una parte di te
e non lo dimentico.
Anche se la mia mente dovesse,
lo ricorderebbero i miei gesti,
le cose che faccio,
i luoghi dove vado
il cibo che mangio
l’acqua che bevo,
l’aria che respiro,
le strade che seguo.
martedì 10 marzo 2026
Ipocriti
Invidio gli ipocriti e quel loro saper leggere tra le righe senza darlo a vedere.
La miniatura è tratta dalla ‘Divina Commedia di Alfonso d’Aragona’
venerdì 6 marzo 2026
Kintsugi
Kintsugi è un’antica arte giapponese per riparare gli oggetti rotti di ceramica riempiendo le crepe ed i solchi rimasti tra un pezzo e l’altro con dell’oro per rendere l’oggetto più bello.
La leggenda racconta che il significato metaforico di quest’arte sia quella di valorizzare i danni subiti (sia dagli oggetti che dalle persone) insegnando che le ferite fanno parte della storia e della bellezza e che solo accettando la fragilità ed il dolore si possa raggiungere una nuova forma di perfezione.
Scusate se sono un po’ cinico, ma io penso che i giapponesi, con questa tecnica volessero solo ricordarsi che quando una cosa si rompe, anche aggiustandola con le cose più preziose del mondo, non tornerà mai più com’era prima.
martedì 3 marzo 2026
Il momento
Al giorno d’oggi, ormai, è davvero rarissimo imbattersi nella evenienza di abbandonare questa esistenza nella propria casa, nel proprio letto, magari accanto alle persone che ci sono care ed alle quali siamo cari. La maggior parte del fine vita avviene di solito, infatti, in strutture sanitarie, con il “conforto” di un’assistenza medica. Per questo, sempre più raramente, capita alle persone “normali” di essere presenti nel momento esatto in cui un nostro simile, magari un nostro congiunto esala il fatidico ultimo respiro. Non saprei dire se sia bene o male, ma so con certezza, per esperienza, che quando succede si tratta di un momento che lascia il segno per tutta la vita. Nessuno ti dice quando succederà esattamente e tu non ti aspetti che accada, ma invece succede e te ne rendi conto solo un attimo dopo. Un momento prima quella persona esisteva ed improvvisamente non c’è più, non esiste più, è solo un corpo, ancora caldo, ma non è più ciò che era, è andato via per sempre, vorresti fare qualcosa, ma capisci che è troppo tardi. Ti disperi, capisci che il tempo che potrai passare con quella persona è definitivamente finito, mentre alcuni secondi prima ancora c’era. È difficile descrivere che cosa si prova, ma di certo è qualcosa che non si dimenticherà mai.
L'illustrazione è di Miles Johnston
lunedì 16 febbraio 2026
Capitolo chiuso
Marketing dello spreco
venerdì 6 febbraio 2026
Aforisma bisognoso
Il dipinto è di Edward Hopper
martedì 3 febbraio 2026
Il nascondiglio
giovedì 22 gennaio 2026
Un ricordo di tempi passati
Qualche giorno fa, leggendo un libro che solo incidentalmente lo menzionava una volta, mi si è sbloccato un ricordo, come ormai sempre più spesso si usa dire quando degli oggetti riemergono da una memoria che sembrava morta e sepolta. Il ricordo di una figura che stava a metà tra l’arte popolare, l’intrattenimento e i mezzi di informazione, come si chiamerebbero oggi. Una figura che, per la verità, era già moribonda all’epoca in cui l’ho conosciuta io, a causa del cinema e della televisione che si stavano diffondendo velocemente e capillarmente, Sto parlando dei primi anni ‘60 durante i quali io ero ancora in età prescolare. Infatti ho vissuto la mia infanzia in un paesino delle montagne siciliane dove la sala cinematografica era stata aperta da poco e il televisore si trovava solo nei bar e nella casa di poche famiglie agiate.
La figura a cui sto pensando è quella del “cantastorie”. Sono perfettamente consapevole del fatto che ai più questa parola sarà assolutamente sconosciuta, figuriamoci sapere di che cosa si trattava.
Prima di tutto quello del cantastorie era un mestiere, oltre che un servizio sociale, fenomeno culturale e forma d’arte che aveva illustri predecessori negli “aedi” greci, nei giullari, menestrelli, trovatori e bardi. Insomma il cantastorie era un artista di strada a tutti gli effetti un po’ imparentato anche con gli artisti circensi ed i saltimbanchi. L’attività del cantastorie consisteva nel girare per le piazze dei villaggi, narrando con il canto o con degli stornelli in rima una storia che poteva essere antica, di carattere mitologico, riferita alle gesta dei paladini di Francia o ad avvenimenti di cronaca contemporanea. Nel suo racconto si accompagnava con la chitarra o, più raramente con la fisarmonica e si aiutava con un pannello dipinto e diviso in riquadri simili alle vignette di un fumetto. Che cosa ci guadagnava in tutto questo? In molti avranno già immaginato che alla fine della “cantata” girava tra la folla di spettatori con il classico piattino a raccogliere offerte. In alcuni casi vendeva dei volantini dove era riassunta la storia che aveva raccontato.
Nel mio ricordo di bambino rivedo questa sorta di avventuriero che arrivava in paese quasi sempre alla guida di una seicento multipla scaricava il suo armamentario e riempiva il paese con questo canto, spesso in dialetto, facendo accorrere persone da ogni angolo.
Intendiamoci, io non sono un nostalgico del "si stava meglio quando si stava peggio". Il mio è solo un ricordo di una persona che invecchia e che, a malincuore, vede il suo mondo lentamente morire. Un mondo che presto o tardi porterà con se tutti quelli che lo hanno vissuto.
Nella foto Ciccio Busacca, uno dei maggiori, se non il maggiore cantastorie del secolo scorso.
Dov'è?








