lunedì 16 febbraio 2026

Capitolo chiuso

 


Un foglio dopo l’altro il romanzo va avanti,
concede, risoluto, travolgenti emozioni,
un punto solerte sigilla il capitolo concluso.
Malgrado inevitabili poco chiari frangenti,
rinuncio a rileggere passaggi non compresi
e ineluttabilmente affronto il seguito ignoto.
Pochissime pagine ancora prima del finale,
prima di chiudere la copertina e scordare.

Il dipinto è di Edward Hopper

Marketing dello spreco



Oggi voglio raccontarvi una storia che riguarda una delle più importanti compagnie farmaceutiche statunitensi del 1900. Si tratta di una storia che mi fu raccontata per la prima volta dal mio professore di Analisi Matematica, quando ero ancora uno studente di Ingegneria.
Sebbene questa compagnia producesse farmaci con un elevatissimo livello di qualità, aveva un rapporto tra profitti e fatturato estremamente basso, troppo basso per sopravvivere e all’inizio degli anni ‘60 aveva rischiato seriamente di fallire. A salvarla fu il direttore marketing di allora che, con una idea veramente geniale, suggerì di utilizzare tubetti per il dentifricio che produceva, con un beccuccio molto più grosso. 
Per i giovani, sicuramente, questo non significherà molto, ma forse i più vecchi si ricorderanno che in quegli anni i tubetti di dentifricio, ma anche quelli della schiuma da barba, avevano dei beccucci molto stretti, per intenderci, simili a quelli della colla in tubetto che ancora oggi si trovano in vendita (fra l’altro allora i tubetti erano ancora fatti di alluminio e quindi biodegradabile e non come quelli di adesso fatti di plastica ed altamente inquinanti).
L’idea fu davvero geniale, perché  grazie a questo stratagemma, gli ignari consumatori venivano indotti ad utilizzare una quantità di prodotto molto maggiore di quella che effettivamente serviva per effettuare la pulizia dei denti, per cui le vendite di dentifricio schizzarono alle stelle e la compagnia si salvo. Per inciso, seppur dopo numerose vicissitudini questa compagnia si è fusa con un’altra ed esiste ancora. Quello che non è cambiato ai giorni nostri è il beccuccio, ormai di tutti i dentifrici in commercio che è largo all’inverosimile.
Ho raccontato questa storia per mettere in risalto come oggi, effettivamente viviamo in una società dei consumi che si è evoluta in una società degli sprechi dove le compagnie produttrici non esitano ad invogliare lo sperpero di ciò che producono pur di ottenere profitti più alti. Inoltre  oggi, i tubetti di dentifricio, schiuma da barba, creme e cosmetici di ogni tipo, essendo di plastica rendono più difficoltoso il completo svuotamento degli stessi rispetto a quelli di alluminio che si riuscivano ad accartocciare più facilmente, per cui, volenti o nolenti, quando buttiamo via il tubetto, esso contiene ancora una quantità di prodotto non trascurabile.
Ed il discorso non vale solo per i tubetti, ma anche per tutta una serie di contenitori per bagno schiuma, shampoo, detersivi con delle forme tali da non consentirne un facile totale svuotamento, confezioni spray che lasciano parte del prodotto all’interno e chi più ne ha più ne metta.
Qualcuno sicuramente starà pensando che questo è un discorso pidocchioso e che tutto sommato possiamo permetterci di buttare via un po’ di dentifricio, ma non è questo il punto. Il punto è che purtroppo oggi siamo costretti a comprare, nostro malgrado quantità di prodotti che non ci servono. Quello che oggi viene chiamato “marketing” non indaga più il mercato per comprendere di che cosa abbiamo bisogno, ma si inventa strategie per farci comprare prodotti di cui non abbiamo bisogno.
Voi fate come vi pare!

venerdì 6 febbraio 2026

Aforisma bisognoso

 


Se davvero ognuno di noi non avesse bisogno di qualcuno, ci saremmo già estinti.

Il dipinto è di Edward Hopper


martedì 3 febbraio 2026

Il nascondiglio

 

Urlano sommessamente i pensieri
danzano con beffardi rimpianti
figli inutili di irrimediabili sbagli,
in una favola dove c’è perdono,
per tutti, ma non per te.
E questo giorno di soffice nebbia
è  un abbraccio alleato,
codardo, fugace nascondiglio.

giovedì 22 gennaio 2026

Un ricordo di tempi passati

 

Qualche giorno fa, leggendo un libro che solo incidentalmente lo menzionava una volta, mi si è sbloccato un ricordo, come ormai sempre più spesso si usa dire quando degli oggetti riemergono da una memoria che sembrava morta e sepolta. Il ricordo di una figura che stava a metà tra l’arte popolare, l’intrattenimento e i mezzi di informazione, come si chiamerebbero oggi. Una figura che, per la verità, era già moribonda all’epoca in cui l’ho conosciuta io, a causa del cinema e della televisione che si stavano diffondendo velocemente e capillarmente, Sto parlando dei primi anni ‘60 durante i quali io ero ancora in età prescolare. Infatti ho vissuto la mia infanzia in un paesino delle montagne siciliane dove la sala cinematografica era stata aperta da poco e il televisore si trovava solo nei bar e nella casa di poche famiglie agiate.

La figura a cui sto pensando è quella del “cantastorie”. Sono perfettamente consapevole del fatto che ai più questa parola sarà assolutamente sconosciuta, figuriamoci sapere di che cosa si trattava.

Prima di tutto quello del cantastorie era un mestiere, oltre che un servizio sociale, fenomeno culturale e forma d’arte che aveva illustri predecessori negli “aedi” greci, nei giullari, menestrelli, trovatori e bardi. Insomma il cantastorie era un artista di strada a tutti gli effetti un po’ imparentato anche con gli artisti circensi ed i saltimbanchi. L’attività del cantastorie consisteva nel girare per le piazze dei villaggi, narrando con il canto o con degli stornelli in rima una storia che poteva essere antica, di carattere mitologico, riferita alle gesta dei paladini di Francia o ad avvenimenti di cronaca contemporanea. Nel suo racconto si accompagnava con la chitarra o, più raramente con la fisarmonica e si aiutava con un pannello dipinto e diviso in riquadri simili alle vignette di un fumetto. Che cosa ci guadagnava in tutto questo? In molti avranno già immaginato che alla fine della “cantata” girava tra la folla di spettatori con il classico piattino a raccogliere offerte. In alcuni casi vendeva dei volantini dove era riassunta la storia che aveva raccontato.

Nel mio ricordo di bambino rivedo questa sorta di avventuriero che arrivava in paese quasi sempre alla guida di una seicento multipla scaricava il suo armamentario e riempiva il paese con questo canto, spesso in dialetto, facendo accorrere persone da ogni angolo.

Intendiamoci, io non sono un nostalgico del "si stava meglio quando si stava peggio". Il mio è solo un ricordo di una persona che  invecchia e che, a malincuore, vede il suo mondo lentamente morire. Un mondo che presto o tardi porterà con se  tutti quelli che lo hanno vissuto.

Nella foto Ciccio Busacca, uno dei maggiori, se non il maggiore cantastorie del secolo scorso.


Dov'è?

 

A tutti lasciamo qualcosa,
da tutti riceviamo altro in cambio
E adesso dov’è?
Forse in un cassetto dimenticato,
forse barattato,
forse nel secchio dell’immondizia,
forse perduto per strada,
forse sepolto in un campo di fiori.

domenica 18 gennaio 2026

Sabbia

Naufraghi ammirano castelli da lontano.
Emergono arroganti sull’ampia distesa,
miserabili colossi sovrastanti il piano
con mura di sabbia dal sole rappresa.
Nessuno dà peso al granello invisibile,
sparuta matrice di eccellenza fittizia.
Il fiato dell’onda schiumosa e impassibile
inghiottirà entrambi, regalerà giustizia.

Il dipinto è di René Magritte

venerdì 2 gennaio 2026