
So
benissimo di essere un tipo strano. Stiamo attraversando un periodo
storico afflitto da guerre , genocidi e cambiamenti climatici ed i
“social media” pullulano di post (il più delle volte ripetuti,
perché basta un click per ripostare qualcosa che qualcuno, a
volte
non identificato, ha già scritto e sentirsi cosi in pace con la
coscienza) che si scagliano contro queste calamità, ma io, sono
molto più preoccupato per quello che sta succedendo all’arte ed in
particolare alla letteratura, diventata anch’essa, ormai da qualche
decennio, preda indifesa del consumismo imperante. Forse i più
giovani non avranno fatto caso alla tendenza, più o meno dalla fine
degli anni ‘70 del secolo scorso, alla pubblicazione di libri di
narrativa di lunghezza sempre crescente. Fino ad allora infatti, se
si escludono alcuni sporadici casi come come “Delitto e castigo”,
“Alla ricerca del tempo perduto”, “Guerra e pace” o altri
pochi, simili, La lunghezza di un romanzo era intorno alle duecento
pagine e spesso anche meno. Sto parlando di romanzi scritti da
autori
assolutamente geniali e che rimarranno nella storia. Giusto per
citarne qualcuno, Dostoevskij, Calvino, Pirandello, Pavese, Buzzati,
ma la lista sarebbe ovviamente molto più lunga. Gli autori di oggi,
purtroppo meno illustri di quelli menzionati prima, pubblicano libi
di non meno di quattrocento pagine ed anche qui potrei fare un
elenco, ma preferisco astenermi.
Perché
avviene questo?
Io mi sono fatto un’idea personale:
Secondo
me oggi, più che in altre epoche, la letteratura è diventata un
oggetto di consumo, alla stregua di una confezione di latte o della
mia schiuma da barba ed i libri vengono venduti un tanto al chilo.
Gli editori, che secondo le statistiche rese pubbliche da AIE, ISTAT
e testate specializzate di settore, ricavano un utile intorno al 10%
del prezzo di copertina, fortemente
determinato
dal numero di pagine del libro, hanno tutto l’interesse a spingere
gli autori a produrre opere di notevole lunghezza. Mi spiego meglio:
La casa editrice guadagna di più pubblicando un romanzo di
cinquecento pagine piuttosto che pubblicandone uno di cento.
Il
problema è che non tutti gli scrittori sono Tolstòj o Proust e
quindi non sono capaci di riempire di significato tutte quelle
pagine, trasformando così, molto spesso, la loro opera in un
esercizio manieristico, che se fatto bene può procurare piacere al
lettore nel momento in cui vene letto, ma che alla fine non lascia
niente di duraturo.
È
arte questa ?
Non
ne sono sicuro
A
onor del vero, devo dire che esistono delle case editrici che non
nomino per non fare torto a nessuno, che pubblicano libri chiamiamoli
più brevi, badando maggiormente ai contenuti, ma
ormai il danno è fatto : la maggioranza dei lettori (e sono pochi)
ha metabolizzato il fatto che più un libro è grosso, tanto è
migliore.